La scena è sempre la stessa: materiali richiesti dalle UU.OO. che non arrivano, arrivano in quantità ridotte, oppure vengono negati senza proporre alternative equivalenti già presenti in magazzino. Il risultato è un cortocircuito organizzativo che scarica sull’ultimo anello della catena – l’operatore – la responsabilità di “inventarsi” soluzioni per non bloccare l’assistenza.
Ma l’arte di arrangiarsi, in sanità, non è una virtù. È un rischio.
Ed è un rischio che ha un nome preciso: deriva organizzativa. Quando manca il materiale, non manca solo il materiale: manca la sicurezza! Ogni volta che un infermiere, un OSS, un tecnico, un medico è costretto a sostituire un presidio con un altro “simile”, a tagliare, adattare, riutilizzare, reinterpretare, accade qualcosa di molto serio:
- Si violano linee guida, procedure e protocolli aziendali
- Si altera la qualità della prestazione
- Si espone il paziente a un rischio non dichiarato
- Si espone l’operatore a responsabilità improprie
- Si crea un precedente che diventa prassi
- Si consolida una cultura dell’emergenza permanente
E tutto questo avviene in silenzio, perché nessuno vuole essere “quello che blocca l’assistenza”.
Il nodo giuridico: chi risponde quando il sistema non garantisce le condizioni minime?
Qui si apre il capitolo più rimosso: quello delle responsabilità.
In un’Azienda ospedaliera, la responsabilità della sicurezza delle cure non è solo dell’operatore. È multilivello, distribuita, tracciabile. E ogni livello ha obblighi precisi:
1. Responsabilità dell’Azienda
- Garantire materiali adeguati, conformi e disponibili
- Assicurare che le procedure siano applicabili nella realtà
- Attivare sistemi di segnalazione e gestione del rischio
- Prevenire condizioni che inducano comportamenti non conformi
La mancata fornitura di materiali previsti dalle procedure può configurare responsabilità organizzativa e, nei casi più gravi, colpa di sistema.
2. Responsabilità dei dirigenti e dei responsabili di UU.OO.
- Programmare i fabbisogni
- Segnalare tempestivamente le criticità
- Impedire l’uso di materiali non idonei
- Sospendere o rimodulare le attività quando non esistono condizioni di sicurezza
Il dirigente che “fa andare avanti comunque” senza segnalare formalmente la criticità si espone a responsabilità gestionali e disciplinari.
3. Responsabilità dell’operatore
L’operatore ha il dovere di:
- Attenersi alle procedure
- Segnalare la non conformità
- Rifiutare prestazioni non sicure
Non ha invece il dovere – né il potere – di “inventare soluzioni”. Quando lo fa, si assume rischi che non gli competono.
La proposta: tracciare non solo le prestazioni ad alto rischio, ma anche quelle “possibili ma improprie”
Oggi molte Aziende tracciano solo gli eventi avversi o le prestazioni ad alto rischio. Ma manca un tassello fondamentale: le prestazioni eseguite con materiali non conformi, superati o sostitutivi non previsti dalla procedura. Questa categoria intermedia – apparentemente innocua – è in realtà il terreno dove germoglia la deriva organizzativa.
Tracciarla significa:
- Rendere visibile ciò che oggi è sommerso
- Trasformare l’“arrangiarsi” in un dato, non in un’abitudine
- Costringere l’Azienda a rispondere, non a ignorare
- Proteggere l’operatore da responsabilità improprie
- Proteggere il paziente da rischi non dichiarati
È un atto di trasparenza, ma anche di tutela reciproca.
“Primum non nocere”: quando manca il materiale, la prestazione va sospesa
Il principio è semplice, antico, e non negoziabile: se non ci sono le condizioni per garantire sicurezza, la prestazione non si esegue.
- Non è un atto di insubordinazione.
- Non è un atto politico.
- È un atto professionale, etico e giuridicamente fondato.
Bloccare o rimandare una prestazione non sicura è un dovere, non un problema. Il vero problema è farla comunque!
Conclusione: uscire dalla cultura dell’eroismo e rientrare nella cultura della responsabilità
Finché continueremo a considerare “normale” l’arrangiarsi, continueremo a legittimare un sistema che scarica sui professionisti il peso delle proprie inefficienze.
La sicurezza non è un atto di buona volontà. È un diritto del paziente e un dovere dell’organizzazione.
Rendere visibili le carenze, tracciare le prestazioni improprie, sospendere quelle non sicure: questo è il modo per restituire dignità al lavoro, protezione ai professionisti e qualità alle cure.
E soprattutto, è il modo per ricordare a tutti – dal vertice aziendale all’ultimo operatore – che la sicurezza non è un optional, ma la prima forma di cura.
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