La figura dell’Operatore Socio‑Sanitario (OSS) viene
istituita nel 2001, con l’
Accordo Stato‑Regioni del 22 febbraio 2001, che unifica e sostituisce le precedenti figure di supporto (OTA e OSA).
Deriva da 40 anni di evoluzione del ruolo del personale di supporto ospedaliero a partire dagli anni ’60, e 23 anni di OSS come figura unica e formalizzata;- Ausiliario / portantino (DPR 128/1969)
- Ausiliario socio‑sanitario (1979)
- OTA – Operatore Tecnico Addetto all’Assistenza (1990)
- OSS – Operatore Socio‑Sanitario (2001)
L'illusione materializzata.
Negli ultimi vent’anni abbiamo assistito a una crescita esponenziale della formazione degli Operatori Socio-Sanitari: corsi regionali, percorsi interni alle Aziende sanitarie, scuole private, associazioni: un vero e proprio mercato formativo che prometteva di rispondere alla cronica carenza di personale nei reparti e di alleggerire il carico assistenziale degli infermieri. L’OSS nasceva con un obiettivo chiaro: garantire l’assistenza di base al malato, sostenere l’organizzazione dei reparti e contribuire a una presa in carico più sicura, più umana, più sostenibile. In teoria, un tassello fondamentale per compensare la riduzione del personale infermieristico e mantenere standard adeguati di qualità e continuità assistenziale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: gli infermieri tornano a svolgere mansioni di base, i turni si allungano, il riposo si accorcia, la qualità dell’assistenza si assottiglia. E quella che doveva essere la figura chiave per rendere più sicura e più umana la presa in carico del malato diventa invece l’ennesimo tassello mancante. Un’illusione? Sì! Ma con ricadute molto concrete sulla vita delle persone — di chi cura e di chi viene curato.
Il cortocircuito organizzativo e le ricadute legali
La realtà quotidiana delle UU.OO. racconta concretamente la storia: organici ridotti, turni scoperti, infermieri costretti a sopperire alla carenza di OSS con attività che non rientrano nelle loro competenze avanzate. Una situazione che sfocia in un doppio rischio:
- Demansionamento dell’infermiere, con contenziosi che, non a caso, vengono sistematicamente riconosciuti in sede giudiziaria;
- Compromissione della sicurezza delle cure, perché il personale è costretto ad operare in condizioni di stress, urgenza e sovraccarico.
Il quadro normativo è chiaro:
La normativa europea e nazionale impone 11 ore di riposo tra un turno e l’altro;
Il doppio turno deve essere eccezionale, non strutturale;
L’assegnazione del personale a reparti diversi senza adeguata formazione e affiancamento espone l’Azienda a responsabilità civili e penali.
Eppure, nella pratica, questi principi vengono quotidianamente disattesi. Il personale raddoppia i turni, viene spostato in urgenza in altre unità operative (peggio, in altri Dipartimenti), lavora in condizioni di stanchezza che incidono direttamente sulla capacità decisionale e sulla qualità dell’assistenza.
Il risultato è un sistema che, pur di tamponare l’emergenza, accetta consapevolmente di violare i presupposti minimi di tutela del lavoratore e del paziente.
Il grande rimosso: la salute di chi cura
In questo scenario, un elemento sembra essere stato scientemente dimenticato: la salute del personale!
Il “bene salute”, che la Costituzione riconosce come diritto fondamentale, non riguarda solo il cittadino-paziente, ma anche chi ogni giorno garantisce le cure. Eppure, il benessere psicofisico degli operatori è diventato la variabile sacrificabile, l’elemento comprimibile, la risorsa da spremere.
La conseguenza è evidente: un professionista stanco, demansionato, non formato, non affiancato, demotivato, non può garantire cure sicure. Non per mancanza di volontà, ma perché la sicurezza è un prodotto organizzativo, non un atto eroico individuale.
Concludendo: senza sicurezza del personale non esiste sicurezza delle cure!
La carenza di OSS non è un imprevisto: è il risultato di scelte politiche, gestionali e organizzative che hanno privilegiato la quantità formativa rispetto alla qualità dell’inserimento nei reparti.
Oggi paghiamo il prezzo di questa miopia.
Se vogliamo davvero parlare di sicurezza delle cure — quella sicurezza che la legge 24/2017 pone come obiettivo primario del sistema — dobbiamo partire da un principio semplice e ineludibile:
non esiste sicurezza delle cure senza sicurezza degli operatori.
Garantire organici adeguati, rispettare i tempi di riposo, evitare il demansionamento, assicurare formazione e affiancamento non sono concessioni: sono obblighi giuridici e condizioni minime per un SSN che voglia definirsi moderno, etico e realmente orientato al paziente.
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