Età media in aumento e ricambio assente: vulnerabilità sistemica annunciata.
In un sistema sanitario già sotto pressione, l’idea che il personale possa permanere volontariamente in servizio oltre l'età pensionabile, proposta 72 anni, viene spesso presentata come una soluzione “pragmatica” alla carenza di organico.
Ma una lettura forense della questione mostra tutt’altro: non è un falso allarme, è un rischio strutturale, con implicazioni fisiche, fisiologiche, psicologiche e tecnologiche che ricadono direttamente sulla sicurezza delle cure.
1. Il dato di partenza: un lavoro usurante
Il personale sanitario è tra le categorie con la più alta incidenza di patologie osteo‑articolari.
Non è un’opinione: è un fatto epidemiologico.
- Il lavoro richiede:
- Movimentazione di pazienti
- Turni prolungati e notturni
- Posture forzate
- Esposizione continua a stress acuto
È una professione riconosciuta – anche se solo parzialmente – come usurante. Eppure, si consente (o si tollera) la permanenza fino ad età avanzata. Una contraddizione che meriterebbe un'analisi rigorosa.
2. I rischi fisici: il corpo non mente
Con l’avanzare dell’età, anche nel professionista più competente, si osservano:
- Riduzione della forza muscolare;
- Riduzione della capacità visiva;
- Minore stabilità ed equilibrio:
- Tempi di recupero più lunghi;
- Maggiore vulnerabilità a infortuni;
In un contesto dove si sollevano pazienti, si interviene in emergenza e si lavora in spazi ristretti, questi fattori diventano criticità operative, non semplici limiti personali.
3. I rischi fisiologici: il tempo di reazione non è negoziabile
La fisiologia non fa sconti:
- I tempi di reazione si allungano
- L’attenzione sostenuta cala
- La tolleranza ai turni notturni diminuisce
- La capacità di gestire stress acuto si riduce
In un reparto, pochi secondi possono fare la differenza. Un declino fisiologico naturale, in un lavoro ad alta intensità cognitiva, non è neutro.
4. I rischi psicologici: il peso degli anni di servizio
Il burnout non è un episodio, è un accumulo. Dopo decenni di esposizione a sofferenza, emergenze, responsabilità e carichi emotivi, l’età avanzata può amplificare:
- L'ansia
- La stanchezza cognitiva
- La stanchezza visiva
- La Ridotta flessibilità mentale
- La difficoltà di adattamento ai cambiamenti organizzativi
La lucidità decisionale può diventare intermittente. E nella Sanità, l’intermittenza è un rischio.
5. Il fattore spesso ignorato: l’aggiornamento tecnologico
La Sanità contemporanea non è più quella di vent’anni fa. Oggi richiede:
- Competenze digitali avanzate
- Uso di software clinici complessi
- Gestione di dispositivi ad alta tecnologia
- Adattamento rapido a protocolli in continua evoluzione
Il problema non è “l’età” in sé, ma la velocità del cambiamento. Un professionista che fatica ad aggiornarsi non è meno competente sul piano clinico, ma può diventare meno efficace sul piano operativo. E questo genera un rischio sistemico: la tecnologia corre, il sistema rallenta.
6. Il nodo forense: responsabilità e sicurezza delle cure
Quando un sistema permette a personale molto anziano di restare in servizio in ruoli ad alta intensità fisica e cognitiva, introduce tre vulnerabilità:
- Rischio per il professionista
Infortuni, sovraccarico, peggioramento delle patologie croniche.
- Rischio per il paziente
Errori, ritardi, difficoltà operative, minore prontezza.
- Rischio per l’organizzazione
Responsabilità legale, aumento degli eventi avversi, inefficienza strutturale.
Non è un giudizio sulle persone. È un’analisi dei limiti fisiologici e delle esigenze operative del sistema.
7. La domanda che nessuno vuole porre
Un sistema sanitario può garantire sicurezza, qualità e aggiornamento tecnologico con personale che opera fino a 72 anni in ruoli usuranti?
La risposta, guardando ai dati e alla fisiologia umana, è evidente. E ignorarla significa spostare il rischio dal sistema al paziente.
Conclusione
La permanenza volontaria oltre l'età pensionabile, addirittura fino a 72 anni, non è un problema individuale: è un problema sistemico. Richiede un'aattenta riflessione e valutazione forense, non emotiva.
E impone una riflessione urgente: la sicurezza delle cure non può essere affidata alla buona volontà del singolo, ma alla capacità del sistema di proteggere chi cura e chi viene curato.

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