mercoledì 14 ottobre 2026

Riforma DLL delle Professioni Sanitarie: l'ennesimo atto notarile di una crisi professionale

 






Giuseppe Martorana
Infermiere Forense - ICI -G.O. CIO

L'ennesimo atto notarile di una crisi professionale già ampiamente documentata.

Ancora una volta si interviene con rattoppi su un vestito ormai logoro, invece di avere il coraggio di disegnare una nuova professione infermieristica.

La presunta depenalizzazione rappresentata dalla non punibilità per negligenza e imprudenza, salvo i casi di colpa grave, rischia di essere letta come il tentativo di rendere tollerabile ciò che non dovrebbe esserlo: un sistema cronicamente carente di personale, disorganizzato e spesso incapace di garantire condizioni operative sicure. Non si elimina il problema, lo si normalizza.

Ancora più significativo è il fatto che le carenze organizzative e di organico entrino nella valutazione della colpa professionale. È certamente giusto riconoscere che il professionista non può essere il capro espiatorio delle inefficienze del sistema, ma è inquietante che la risposta politica sembri essere quella di adattare il diritto al caos, anziché eliminare il caos che genera il rischio clinico.

Si celebra poi il "linguaggio infermieristico standardizzato" da integrare nel Fascicolo Sanitario Elettronico. Ma davvero nel 2026 questa dovrebbe essere una conquista? La padronanza di un linguaggio professionale condiviso dovrebbe essere un prerequisito consolidato già all'interno dei percorsi universitari, non un obiettivo da inseguire dopo decenni di evoluzione disciplinare. Parlare la stessa lingua professionale non serve soltanto al Fascicolo elettronico: serve ogni giorno al letto del paziente, nella documentazione clinica, nella continuità assistenziale e nella costruzione dell'identità professionale.

E infine la certificazione nazionale delle competenze. Una proposta che suscita più interrogativi che entusiasmi. Se l'infermiere consegue una laurea abilitante, è iscritto a un Ordine professionale ed è soggetto all'obbligo dell'aggiornamento continuo, quale problema reale si sta cercando di risolvere? Il rischio è quello di creare nuovi livelli burocratici, nuovi organismi, nuove appartenenze e nuove poltrone, quando già gli Ordini professionali potrebbero svolgere una funzione di monitoraggio e valorizzazione delle competenze attraverso sistemi nazionali integrati. Lo stesso disegno di legge parla infatti dell'istituzione di un sistema nazionale di certificazione delle competenze per le professioni sanitarie.

La vera riforma che gli infermieri attendono non è una riforma delle etichette, ma delle condizioni di esercizio professionale. Servono organici adeguati, autonomia responsabile, percorsi clinici avanzati, riconoscimento economico, leadership professionale e modelli organizzativi moderni. Tutto il resto rischia di essere l'ennesima produzione normativa destinata a dare l'impressione del cambiamento senza produrre un reale cambiamento.

Quando una professione chiede visione e riceve procedure, quando chiede valorizzazione e riceve certificazioni, quando denuncia carenze strutturali e riceve scudi giuridici, il rischio è che la politica non stia riformando la professione infermieristica: stia semplicemente imparando a convivere con il suo declino.

domenica 11 ottobre 2026

Errore umano o errore organizzativo? Una lettura forense della sanità post-pandemica.


 

Giuseppe Martorana

Giuseppe Martorana

Infermiere Forense - ICI -G.O. CIO

   Quanto degli eventi avversi che attribuiamo all'errore umano è invece riconducibile alle condizioni organizzative nelle quali il professionista è chiamato (costretto) ad operare?

Premessa

Oggi la crisi in sanità non è più emergenza, è sistema!

Negli ospedali italiani la carenza cronica di Personale sanitario, di Personale di supporto, di dispositivi medici e materiale di assistenza, non rappresenta più un’anomalia: è diventata la condizione ordinaria del sistema.

L’analisi Gimbe pubblicata in questi giorni, certifica una verità scomoda: la spinta inflazionistica degli ultimi quindici anni ha eroso, fino a renderli quasi insignificanti, gli investimenti nella sanità pubblica. Non è mancanza di numeri, è mancanza di valore reale: il SSN si regge sempre più sul sacrificio delle persone, non sulla forza delle politiche.

1. Il deterioramento del setting assistenziale e le sue ricadute forensi

  • Inflazione alta: che ha mangiato silenziosamente il valore reale delle risorse.
  • Investimenti solo nominali: cifre che crescono sulla carta, ma non nella capacità reale di cura.
  • SSN sotto stress cronico: personale stremato, servizi ridotti, liste d’attesa che diventano barriere d’accesso.

La pandemia ha accelerato un processo già in atto, ma il post-Covid ha consolidato una realtà in cui la complessità assistenziale viene gestita in modo improvvisato, senza strumenti, senza materiale, senza risorse, senza continuità senza visione.

Sul piano della responsabilità professionale, questo scenario configura una alterazione stabile del setting assistenziale, con impatto diretto sulla sicurezza del paziente e sulla responsabilità dei Professionisti.

2. La carenza di personale come fattore di rischio strutturale

2.1. OSS e personale di supporto: il primo anello che cede

La mancanza di OSS determina:

  • Riduzione della capacità di garantire igiene, mobilizzazione, prevenzione delle lesioni da pressione, assistenza alberghiera;
  • Aumento del carico operativo sugli infermieri (demansionamento);
  • Incremento del rischio di eventi avversi “silenziosi” (ritardi, omissioni, errori di sorveglianza, assenza di tracciabilità).

Sul piano della responsabilità professionale, questo configura un deficit organizzativo prevedibile, quindi non giustificabile.

2.2. Infermieri insufficienti: la frattura del «Primary Nursing»

La carenza di personale infermieristico indebolisce il coordinamento e la continuità della presa in carico, elementi centrali del modello del Primary Nursing. Quando gli organici sono insufficienti, diventa più difficile garantire che il piano assistenziale sia seguito nel tempo e che informazioni, osservazioni e decisioni siano condivise e documentate tra i professionisti.

La riduzione del personale comporta:

  • Difficoltà nel rispettare i tempi previsti per interventi, controlli e monitoraggi;
  • Maggiore esposizione al rischio di errori nella somministrazione della terapia;
  • Discontinuità assistenziale e perdita di informazioni rilevanti;
  • Aumento del carico cognitivo e decisionale degli infermieri.

Sul piano della responsabilità professionale, occorre distinguere le condotte individuali dalle condizioni organizzative in cui si svolge l’assistenza. La carenza di risorse può incidere sulla possibilità concreta di rispettare standard e procedure (documentare ogni condizione assistenziale rischiosa) e costituisce quindi un elemento rilevante nell’analisi forense del caso. Le condizioni organizzative vanno valutate con la documentazione disponibile, le decisioni assunte e le misure adottate per gestire i rischi assistenziali.

3. La complessità assistenziale “improvvisata”: un ossimoro pericoloso

La complessità non può essere improvvisata. Quando lo diventa, significa che:

  • Non esiste un modello organizzativo coerente;
  • Le decisioni vengono prese in base alla disponibilità contingente, non ai bisogni del paziente;
  • La valutazione del rischio è affidata alla buona volontà dei singoli.

Sul piano della responsabilità professionale, questo scenario configura una mancata governance del rischio clinico, con responsabilità in capo alla direzione aziendale e ai livelli gestionali intermedi.

4. La mancanza di materiali e presidi: l’impossibilità di seguire procedure e linee guida

La progressiva indisponibilità di presidi, dispositivi e materiali di base (cateteri, medicazioni, presidi per la sicurezza, DPI, soluzioni, set infusioni, ecc.) produce un effetto devastante:

  • Le procedure diventano inapplicabili;
  • Le linee guida diventano letteratura, non pratica;
  • Gli operatori sono costretti a soluzioni adattive che aumentano il rischio di errore; (link - arte di arrangiarsi in assistenza)

La documentazione clinica non riflette più la realtà operativa.

Sul piano della responsabilità professionale, questo è un punto cruciale: non si può pretendere aderenza alle linee guida quando l’organizzazione non fornisce gli strumenti per applicarle. La responsabilità non è dell’operatore, ma del sistema (segnalare e documentare le difficoltà assistenziali).

5. La responsabilità professionale nell’era della "scarsità"

In questo contesto, la responsabilità dell’infermiere non può essere letta con gli stessi criteri del passato. L’operatore agisce in un ambiente che:

  • Non garantisce risorse;
  • Non garantisce personale;
  • Non garantisce continuità;
  • Non garantisce strumenti.

La responsabilità professionale deve considerare:

  • Il vincolo organizzativo;
  • La mancanza di mezzi;
  • Il sovraccarico strutturale;
  • La prevedibilità del rischio;
  • La mancata adozione di misure correttive da parte dell’azienda.

Conclusione

Quando il sistema non regge, la responsabilità si sposta.

Il collasso organizzativo non è un problema degli operatori: è un problema del sistema che non garantisce le condizioni minime per l’erogazione sicura delle cure. La responsabilità non può essere attribuita a chi opera in condizioni di impossibilità strutturale se debitamente documentata. Serve una revisione profonda del modello organizzativo, della dotazione organica, della logistica dei materiali, della governance del rischio clinico.

Finché questo non avverrà, il sistema continuerà a produrre eventi avversi non per errore umano, ma per errore organizzativo.