L'ennesimo atto notarile di una crisi professionale già ampiamente documentata.
Ancora una volta si interviene con rattoppi su un vestito ormai logoro, invece di avere il coraggio di disegnare una nuova professione infermieristica.
La presunta depenalizzazione rappresentata dalla non punibilità per negligenza e imprudenza, salvo i casi di colpa grave, rischia di essere letta come il tentativo di rendere tollerabile ciò che non dovrebbe esserlo: un sistema cronicamente carente di personale, disorganizzato e spesso incapace di garantire condizioni operative sicure. Non si elimina il problema, lo si normalizza.
Ancora più significativo è il fatto che le carenze organizzative e di organico entrino nella valutazione della colpa professionale. È certamente giusto riconoscere che il professionista non può essere il capro espiatorio delle inefficienze del sistema, ma è inquietante che la risposta politica sembri essere quella di adattare il diritto al caos, anziché eliminare il caos che genera il rischio clinico.
Si celebra poi il "linguaggio infermieristico standardizzato" da integrare nel Fascicolo Sanitario Elettronico. Ma davvero nel 2026 questa dovrebbe essere una conquista? La padronanza di un linguaggio professionale condiviso dovrebbe essere un prerequisito consolidato già all'interno dei percorsi universitari, non un obiettivo da inseguire dopo decenni di evoluzione disciplinare. Parlare la stessa lingua professionale non serve soltanto al Fascicolo elettronico: serve ogni giorno al letto del paziente, nella documentazione clinica, nella continuità assistenziale e nella costruzione dell'identità professionale.
E infine la certificazione nazionale delle competenze. Una proposta che suscita più interrogativi che entusiasmi. Se l'infermiere consegue una laurea abilitante, è iscritto a un Ordine professionale ed è soggetto all'obbligo dell'aggiornamento continuo, quale problema reale si sta cercando di risolvere? Il rischio è quello di creare nuovi livelli burocratici, nuovi organismi, nuove appartenenze e nuove poltrone, quando già gli Ordini professionali potrebbero svolgere una funzione di monitoraggio e valorizzazione delle competenze attraverso sistemi nazionali integrati. Lo stesso disegno di legge parla infatti dell'istituzione di un sistema nazionale di certificazione delle competenze per le professioni sanitarie.
La vera riforma che gli infermieri attendono non è una riforma delle etichette, ma delle condizioni di esercizio professionale. Servono organici adeguati, autonomia responsabile, percorsi clinici avanzati, riconoscimento economico, leadership professionale e modelli organizzativi moderni. Tutto il resto rischia di essere l'ennesima produzione normativa destinata a dare l'impressione del cambiamento senza produrre un reale cambiamento.
Quando una professione chiede visione e riceve procedure, quando chiede valorizzazione e riceve certificazioni, quando denuncia carenze strutturali e riceve scudi giuridici, il rischio è che la politica non stia riformando la professione infermieristica: stia semplicemente imparando a convivere con il suo declino.

