lunedì 23 marzo 2026

La sorveglianza basata sui dati microbiologici di laboratorio: onere probatorio K)

 La sorveglianza microbiologica come prova qualificata della capacità organizzativa nelle ICA

Nel ragionamento della sentenza Travaglino, la sorveglianza basata sui dati microbiologici non è un’attività laboratoristica isolata, ma un pilastro della responsabilità organizzativa. E' considerata un indicatore diretto della capacità dell’ospedale di intercettare precocemente infezioni nosocomiali, monitorare le resistenze antimicrobiche e attivare interventi tempestivi. È un segmento dell’onere probatorio che richiede tracciabilità, continuità e integrazione con il sistema di controllo delle infezioni.

1) Raccolta dei campioni: la qualità del dato come fondamento probatorio

La raccolta corretta e tempestiva dei campioni è il primo snodo della catena di sorveglianza. Le evidenze richieste riguardano:

  • Protocolli di prelievo,
  • Personale formato,
  • Tempi di raccolta coerenti con le linee guida,
  • Tracciabilità del campione.

Un campione raccolto in modo improprio compromette l’intero processo e indebolisce la prova dell’ospedale.

2) Isolamento e identificazione: la capacità diagnostica come presidio di prevenzione

L’isolamento e l’identificazione dei microrganismi sono attività che devono essere:

  • Standardizzate,
  • Documentate,
  • Svolte con metodiche validate.

Il laboratorio si erge ad attore centrale della prevenzione: un’identificazione tardiva o incompleta può ritardare l’adozione delle misure di contenimento.

3) Valutazione della sensibilità: il nodo delle resistenze antimicrobiche

La valutazione della sensibilità agli antimicrobici è un elemento che incide direttamente sulla sicurezza dei pazienti. La struttura deve dimostrare:

  • L’esecuzione sistematica degli antibiogrammi,
  • La registrazione delle resistenze,
  • La comunicazione tempestiva ai clinici,
  • L’integrazione con il programma di stewardship antibiotica.

La mancata valutazione delle resistenze viene letta come una falla organizzativa che può contribuire causalmente all’evento infettivo.

4) Monitoraggio dei dati: la capacità di leggere i segnali

Il monitoraggio continuo dei dati microbiologici è un indice della maturità del sistema. Ciò richiede:

  • Report periodici,
  • Analisi delle tendenze,
  • Identificazione di cluster,
  • Comunicazione al Comitato Infezioni.

Un sistema che non monitora non può prevenire: l’assenza di analisi è una lacuna probatoria rilevante.

5) Interventi appropriati: la risposta operativa come criterio di diligenza

Quando emergono segnali di infezioni nosocomiali o resistenze, l’ospedale deve dimostrare di aver attivato interventi tempestivi:

  • Isolamento dei casi,
  • Revisione delle terapie,
  • Sanificazioni straordinarie,
  • Audit interni,
  • Restrizioni temporanee dei percorsi.

Questo dimostra la tempestività e la coerenza degli interventi come indicatori della capacità organizzativa.

6) Integrazione con il programma di controllo delle infezioni

La sorveglianza microbiologica non può essere un sistema autonomo: deve essere integrata con:

  • Il Comitato Infezioni,
  • La stewardship antibiotica,
  • La sorveglianza clinica,
  • La sorveglianza ambientale.

L’integrazione diventa un elemento essenziale: un sistema frammentato non è un sistema efficace.

7) La sorveglianza microbiologica come prova della governance

Il punto k) mostra l'utilizzo della sorveglianza microbiologica come un indicatore della capacità dell’ospedale di governare il rischio infettivo. Un sistema che raccoglie, analizza, monitora e reagisce dimostra diligenza organizzativa. Rendere la sorveglianza microbiologica un pilastro della governance delle ICA significa riconoscere che la qualità non nasce da dichiarazioni d’intenti, ma da sistemi che funzionano, misurano, correggono e dimostrano. Un sistema che non documenta questi passaggi espone una vulnerabilità che incide sulla causalità e sulla responsabilità. È una responsabilità che attraversa direzioni, clinici, laboratori e risk management, e che definisce la maturità di un’organizzazione sanitaria. Investire in una sorveglianza robusta non è un costo: è la condizione necessaria per garantire sicurezza, credibilità e continuità assistenziale.

Competenza: U.O.C. MICROBIOLOGIA

Collaborazione U.O.C. Direzione Medica dei Presidi; Rischio Clinico; Servizio Informatico; Direttori e Coordinatori Infermieristici UU.OO.CC.

sabato 21 marzo 2026

Codice deontologico infermieristico: autonomia dichiarata ma responsabilità evitata.


 Leggendo il nuovo Codice Deontologico 2025, alla fine la domanda arriva spontanea: cosa manca? ...Cosa c'è di strano per una professione iper-legiferata, poco valorizzata e irrimediabilmente legata alle influenze mansionarie del passato? La risposta è altrettanto spontanea: una professione che stenta ad accettare la responsabilità dell'assistenza!

La cosa più evidente è un paradosso strutturale: il testo è ricchissimo di principi, valori, visioni evolute ma... manca proprio ciò che serve a una professione come la nostra iper‑normata, poco valorizzata e ancora prigioniera delle mansioni del passato: un ancoraggio chiaro alla piena responsabilità professionale, all’autonomia operativa e la titolarità dell’assistenza.

Infatti, ciò che stona sembra essere la difficoltà della Professione stessa ad assumersi fino in fondo l'autonomia e la responsabilità dell’assistenza.

1) Assenza di una definizione forte di responsabilità professionale

Il Codice parla di autonomia, competenza, decisione… ma non definisce mai in modo netto che l’assistenza infermieristica è responsabilità dell’infermiere, né che l’infermiere è responsabile dell’intero processo assistenziale. Manca una frase che in altre professioni è ovvia:

“L’infermiere è responsabile del processo assistenziale e ne è il titolare.”

Senza questo, tutto il resto rimane solo un'aspirazione.

2) Nessuna esplicita rottura con il mansionario storico “Repetita iuvant”.

Il Codice non dichiara mai che il mansionario è superato, l’infermiere non è un esecutore, l’assistenza non è un insieme di compiti ma un processo professionale. Il risultato è che il Codice “galleggia” su valori moderni, ma non taglia nettamente il cordone ombelicale con la cultura esecutoria che ancora domina molte organizzazioni.

3) Assenza di riferimenti alla responsabilità gestionale dell’assistenza

Non si parla di:

  • Presa in carico formale,
  • Responsabilità del coordinamento del processo assistenziale,
  • Accountability verso gli esiti.

Si parla di “partecipare”, “contribuire”, “collaborare”, ma mai di guidare!

4) Nessuna definizione di competenze avanzate e specialistiche

Il Codice cita “esperti e specialisti”, ma:

  • Non definisce ruoli,
  • Non definisce responsabilità,
  • Non definisce ambiti decisionali.

In un Paese dove le specializzazioni infermieristiche sono ancora nebulose, non applicabili e senza una propria identità questo è un vuoto enorme.

5) Manca un riferimento alla responsabilità clinica condivisa

Non si parla mai di:

  • Confini professionali,
  • Responsabilità in caso di conflitto decisionale,
  • Responsabilità interprofessionale.

Il Codice evita accuratamente tutto ciò che potrebbe generare attrito con altre professioni.

6) Quali sono gli elementi dissonanti

a) Un linguaggio molto valoriale, poco operativo, per niente assertivo (un'altra occasione mancata). Il Codice è pieno di:

  • Empatia,
  • Rispetto,
  • Inclusione,
  • Relazione,
  • Cura dei curanti,
  • One Health,
  • Sostenibilità.

Tutti temi importanti, ma quasi nessun articolo riguarda l’agire professionale concreto: presa in carico, pianificazione, valutazione, decisione, responsabilità.

b) Una professione che sembra ancora temere di dichiararsi autonoma e responsabile.

Molti articoli sono costruiti in questo modo:

  • “Si impegna a…”
  • “Contribuisce a…”
  • “Partecipa a…”
  • “Collabora con…”

Quasi mai:

  • “Decide”,
  • “Coordina”,
  • “È responsabile di”.

È un linguaggio che rivela una professione che non osa rivendicare il proprio ruolo, forse per timore di conflitti istituzionali.

c) Una forte attenzione alla comunicazione, poca alla clinica

È sorprendente che:

  • Comunicazione digitale,
  • Rispetto online,
  • Pubblicità sanitaria,

Abbiano più spazio di:

  • Diagnosi infermieristica,
  • Pianificazione assistenziale,
  • Outcome clinici,
  • Responsabilità sugli interventi.

Sembra un Codice pensato per evitare problemi, non per affermare/rafforzare l'identità professionale.

d) La “cura dei curanti” come obbligo deontologico

È un tema importante, ma inserito così sembra quasi un tentativo di compensare:

  • Burnout,
  • Carichi lavorativi insostenibili,
  • Condizioni di lavoro critiche,

Senza affrontare il nodo: la professione non ha potere organizzativo sufficiente per tutelare se stessa.

e) È un Codice che parla più di atteggiamenti che di professione.

Il Codice dovrebbe privilegiare la professione "intellettuale" rispetto agli atteggiamenti e sganciarsi definitivamente dal passato per Tre motivi:

e.1. Tutela giuridica e disciplinare

Il Codice deve essere applicabile in sede disciplinare con norme verificabili e non soggettive.

e.2 Uniformità professionale

La deontologia crea standard comuni, non profili psicologici individuali.

e.3 Centralità dell’atto infermieristico

Ciò che conta è l’impatto sull’assistenza, non la personalità dell'infermiere perché ciò che dev'essere focalizzato e garantito è l'operato nel suo ruolo pubblico.

7) Un Codice con una nuova visione della Professione dev'essere un testo normativo-professionale che definisce:

  • Doveri dell'infermiere verso il paziente (tutela della vita, consenso informato, riservatezza)
  • Doveri dell'infermiere verso la professione (decoro, competenza, aggiornamento continuo)
  • Doveri dell'infermiere verso la società (correttezza, responsabilità pubblica, appropriatezza)
  • Regole di esercizio ("prescrizione" assistenziale, certificazione, rapporti con colleghi e istituzioni)

Quindi il focus è la professione come funzione sociale, non la psicologia del singolo.

8) Il punto centrale: una professione che fatica ad accettare la responsabilità dell’assistenza

Il Codice conferma che la professione fatica ad assumere la responsabilità piena dell’assistenza, perché questo implicherebbe:

  • Definire cosa è “assistenza infermieristica” e cosa non lo è;
  • Rivendicare la titolarità del processo assistenziale;
  • Accettare che autonomia = responsabilità = accountability;
  • Esporsi a conflitti con altre professioni;
  • Uscire definitivamente dalla logica del compito.

Il Codice 2025, pur modernissimo nei valori, non compie questo salto.

9) Il Codice come specchio della professione

Il Codice non è "debole" per caso:

Riflette una professione che vive una tensione irrisolta tra ciò che è diventata e ciò che le organizzazioni continuano a chiederle di essere.

È un testo che:

  • Vuole essere moderno,
  • Vuole essere evoluto,
  • Vuole essere autonomo,

Ma non osa dichiarare ciò che renderebbe davvero autonoma la professione: la responsabilità piena dell’assistenza.

Conclusione

Il Codice 2025 è un documento che fotografa una professione in transizione: più consapevole, più colta, più autonoma di quanto riesca a dichiarare. È un testo che parla molto di ciò che vorremmo essere e poco di ciò che siamo chiamati a fare. La distanza non è un difetto di scrittura, ma un sintomo culturale: la difficoltà, ancora irrisolta, di assumere la titolarità dell’assistenza e di riconoscere che autonomia e responsabilità sono inseparabili. Finché questa parola resterà implicita, la professione continuerà a muoversi in un territorio sospeso, iper‑legiferata ma poco riconosciuta, moderna nei valori ma ancora trattata e trattenuta dalle sue eredità. Il Codice sembra non chiudere un percorso: ma esporlo.

Sta a ciascuno Professionista decidere se attraversarlo davvero.