E in questa prospettiva, la visione forense aggiunge un elemento decisivo: ogni disfunzione del sistema d’emergenza non è solo un problema organizzativo, ma un potenziale fattore di rischio giuridico. Quando i percorsi si inceppano, quando i tempi si dilatano oltre la ragionevole tollerabilità clinica, quando la pressione operativa compromette la capacità decisionale, si crea un terreno fertile per eventi avversi che possono tradursi in responsabilità professionali, contenziosi e danni irreversibili per i pazienti.
Il Pronto soccorso diventa così un luogo in cui la qualità dell’assistenza non è un valore astratto, ma una barriera concreta contro l’errore, la colpa e la perdita di fiducia nel sistema. In questa prospettiva non basta “più personale”, serve personale giusto.
La domanda che dovremmo porci è un’altra:
Quante delle persone oggi impiegate in Area di Emergenza possiedono davvero la formazione (o se non ce l'hanno vengono formati non solo tecnicamente), l’allenamento mentale e la padronanza tecnica necessari per lavorare in un contesto così critico?
1. Perché il Pronto soccorso non è un reparto come gli altri.
Chi ha maturato esperienza reale in Pronto Soccorso e in emergenza può lavorare ovunque: quell’allenamento mentale, quella capacità di leggere la scena in un istante, di decidere sotto pressione, diventa trasferibile in qualsiasi contesto.
Il contrario, però, non funziona allo stesso modo. Arrivare “da fuori” e pensare di saper lavorare in Emergenza è un’illusione pericolosa: senza quella palestra quotidiana fatta di incertezza, rapidità e responsabilità, l’impatto è inevitabilmente duro.
L’Emergenza non si improvvisa. Si costruisce. E ti cambia il modo di lavorare per sempre.
Questo perché è un luogo dove:
- Il tempo è una variabile clinica
- L’incertezza è la norma
- La priorità cambia ogni minuto
- La pressione emotiva è costante
- L’errore può avere conseguenze immediate e gravi
In questo scenario, non basta “aggiungere personale” per risolvere il problema. Se la nuova forza lavoro non è adeguatamente formata, se non la formi e la formazione non la contestualizzi, non solo non alleggerisce il carico, ma rischia di aumentare la complessità, rallentare i processi e mettere in difficoltà chi già opera con competenza.
2. La vera emergenza: sono le competenze! Non solo presenze.
Lavorare in emergenza richiede:
- Competenze tecniche avanzate, aggiornate e consolidate;
- Le basi giuridiche del lavoro di emergenza;
- Capacità decisionali rapide e sicure;
- Gestione dello stress e del rischio;
- Resilienza emotiva;
- Spirito di squadra e comunicazione efficace;
Sono abilità che non si improvvisano e che non si acquisiscono in poche settimane o qualche mese. Sono il risultato di formazione mirata, esperienza sul campo e motivazione profonda.
3. Un lavoro logorante che richiede passione e protezione
Chi lavora in Pronto soccorso affronta quotidianamente un carico fisico ed emotivo che, senza adeguato supporto, porta inevitabilmente a burnout, turnover e perdita di professionalità preziose.
E questo circolo vizioso alimenta ulteriormente la crisi.
Conclusione: l’emergenza non si risolve con le addizioni.
Se vogliamo davvero garantire sicurezza, qualità e continuità dell’assistenza e fare la differenza, dobbiamo smettere di considerare il Personale come un numero da sommare.
L’emergenza sanitaria richiede professionisti preparati, non semplicemente “presenti”.
La vera sfida non è solo “avere più personale”, ma avere personale competente, formato e sostenuto, capace di rispondere con efficacia alla domanda di salute dei cittadini e di lavorare in un ambiente che non li consumi, ma li valorizzi.





