venerdì 30 ottobre 2026

Quando il linguaggio limita la Professione: il confine invisibile dell’identità infermieristica


Giuseppe Martorana
Infermiere Forense - ICI -G.O. CIO

< I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo >.

Questa affermazione di Ludwig Wittgenstein può sembrare lontana dal mondo dell’assistenza infermieristica. In realtà, se la portiamo dentro la quotidianità professionale, nelle consegne, nella documentazione clinica, nei colloqui con gli altri professionisti e persino nel modo in cui raccontiamo ciò che facciamo, diventa una domanda scomoda:

Quanto dell’identità infermieristica riusciamo realmente ad esprimere attraverso il linguaggio che utilizziamo?

Il problema non è soltanto come parliamo. È soprattutto ciò che il nostro linguaggio ci permette di pensare, riconoscere, descrivere e rivendicare professionalmente. Da dove nasce questo limite? E quanto contribuisce a costruirlo il percorso formativo, dal mondo universitario al tirocinio, fino alla pratica professionale?

Ne parleremo in due momenti: prima il linguaggio come questione identitaria, poi le sue possibili implicazioni sul piano forense.

1. Il linguaggio non è neutro

Nella pratica quotidiana utilizziamo parole, formule e modalità comunicative che spesso appartengono a una tradizione professionale costruita nel tempo. Le consegne infermieristiche ne sono un esempio evidente. Rischiano, talvolta, di concentrarsi prevalentemente su ciò che è accaduto, su ciò che è stato eseguito, sulle condizioni immediate del paziente e sulle attività da continuare. Ma una professione realmente evoluta non può limitarsi a raccontare ciò che fa. Deve essere capace di esprimere ciò che osserva, ciò che interpreta, ciò che valuta, ciò che decide e perché decide.

Qui emerge un possibile limite del nostro linguaggio professionale.

Se disponiamo prevalentemente di parole descrittive e operative, rischiamo di rappresentare l'infermiere soprattutto come esecutore di attività, anche quando nella realtà sta esercitando competenze cliniche, decisionali, valutative e relazionali molto più complesse.

2. Il problema non è solo nelle parole

Il linguaggio professionale è lo specchio di una cultura. E una cultura professionale che non possiede — o non utilizza con padronanza — un proprio linguaggio concettuale rischia di avere difficoltà a rendere visibile la propria autonomia. Non perché l'infermiere non possieda competenze. Ma perché ciò che non viene nominato adeguatamente tende a rimanere invisibile.

Il documento di lavoro, la consegna, la comunicazione interprofessionale, diventano allora qualcosa di più di semplici strumenti organizzativi. Diventano luoghi nei quali l'identità professionale viene quotidianamente costruita — oppure, inconsapevolmente, ridotta.

3. Quando diciamo “ho fatto” invece di “ho valutato”

La differenza può sembrare minima. Non lo è.

Dire: > “Medicazione eseguita.” Significa comunicare un'attività.

Dire: > “Valutata la ferita chirurgica: margini accostati, assenza di secrezioni patologiche, cute peri lesionale integra; eseguita medicazione secondo procedura aziendale.” Significa comunicare osservazione, valutazione clinica, decisione e intervento. Quindi, non stiamo semplicemente utilizzando più parole. Stiamo rendendo visibile un diverso modo di pensare la professione.

Il linguaggio diventa uno strumento di identità.

4. Il confronto con gli altri professionisti

Questo limite diventa ancora più evidente nella comunicazione interprofessionale. Ogni professione possiede un proprio patrimonio terminologico, concettuale e culturale. Quando l'infermiere comunica esclusivamente attraverso un linguaggio generico, operativo o mutuato da altre professioni, rischia di non rendere pienamente riconoscibile il proprio contributo. Non è una questione di competizione tra professioni.

È una questione di riconoscibilità professionale. Perché se non sappiamo descrivere con precisione il nostro contributo, diventa più difficile anche per gli altri riconoscerlo.

5. Il linguaggio come limite dell'evoluzione identitaria

Forse una parte del problema dell'identità infermieristica contemporanea non risiede soltanto nelle competenze, nella formazione o nell'organizzazione. Potrebbe risiedere anche nel modo in cui raccontiamo professionalmente ciò che facciamo.

Una professione evolve quando cambia il proprio modo di pensare. Ma cambia realmente il proprio modo di pensare quando riesce anche a cambiare il proprio linguaggio. Ampliare il linguaggio significa ampliare le categorie attraverso le quali interpretiamo la realtà professionale.

Significa passare dalla:

  • Attività alla competenza;
  • Esecuzione alla valutazione;
  • Descrizione all'interpretazione;
  • Prestazione alla responsabilità;
  • Consegna alla comunicazione professionale.

6. E qui entra anche la dimensione forense

Questo tema assume una particolare rilevanza quando guardiamo alla professione attraverso la lente della responsabilità professionale. Nel lavoro clinico-forense, infatti, ciò che non viene nominato, descritto e documentato correttamente rischia di diventare difficilmente ricostruibile:

  • Un evento non descritto è più difficile da rilevare.
  • Un rischio non nominato è più difficile da prevenire.
  • Una valutazione non documentata è più difficile da dimostrare.
  • Una decisione non argomentata è più difficile da comprendere.

La documentazione professionale, quindi, non è soltanto memoria dell'assistenza. È traccia del ragionamento professionale. Ed è proprio qui che il linguaggio assume una dimensione di responsabilità.

7. Forse dobbiamo iniziare dalle parole

L'evoluzione dell'infermieristica non passa soltanto attraverso nuove competenze, nuovi percorsi formativi o nuovi modelli organizzativi. Passa anche attraverso una domanda apparentemente semplice:

Abbiamo sviluppato un linguaggio adeguato alla professione?

Perché una professione può essere molto più evoluta di quanto riesca a raccontare. E quando accade, si crea una frattura tra ciò che l'infermiere realmente pensa e fa e ciò che il linguaggio professionale riesce a rendere visibile.

Quella frattura può diventare un limite identitario.

Per questo il linguaggio non dovrebbe essere considerato un semplice strumento comunicativo. Ma uno strumento di riconoscimento professionale. È il modo attraverso il quale una professione rende visibile il proprio sapere, il proprio ragionamento, la propria autonomia e la propria responsabilità.

8. La vera domanda

Forse, allora, la domanda non è: “Come possiamo comunicare meglio?”

La domanda è più radicale: “Abbiamo un linguaggio (abbiamo mai studiato un linguaggio) capace di rappresentare pienamente la professione infermieristica che vogliamo essere?” perché:

  • Se non abbiamo le parole per nominare una competenza, rischiamo di non renderla visibile.
  • Se non sappiamo descrivere un ragionamento, rischiamo di farlo apparire come semplice esecuzione.
  • Se non sappiamo raccontare una responsabilità, rischiamo che venga percepita come attività.
  • Se continuiamo a utilizzare un linguaggio costruito per rappresentare una professione del passato, rischiamo di chiedere al presente di entrare dentro categorie che non gli appartengono più.

Forse l'evoluzione identitaria dell'infermieristica deve cominciare proprio da qui: dalle parole con cui scegliamo di raccontare noi stessi. Perché, in fondo, il linguaggio non è un accessorio della professione. È uno dei luoghi nei quali la professione costruisce la propria identità.

E ciò che non sappiamo ancora dire, forse, è proprio ciò che dobbiamo imparare a pensare.

giovedì 22 ottobre 2026

M. Cantarelli, L. Benci: ripensare la Professione infermieristica

Giuseppe Martorana
Infermiere Forense - ICI -G.O. CIO

L'infermieristica attuale avrebbe bisogno di personalità emblematiche e iconiche per una nuova prospettiva e una nuova visione della professione. Finalmente ripensata e rilanciata iniziando dalla base, dai percorsi formativi, dagli impatti lavorativi e contrattuali. La professione infermieristica italiana vive da anni in una sorta di assenza di immaginario: non mancano competenze, non mancano responsabilità, non mancano sacrifici. Manca una narrazione forte, incarnata da figure che sappiano diventare simboli di una visione nuova. E questo non è un vezzo: è un pre-requisito per qualunque trasformazione culturale.

1. Marisa Cantarelli: quando la professione diventa pensiero

La figura di Marisa Cantarelli rappresenta, in questa riflessione, uno dei passaggi fondamentali dalla dimensione del fare a quella del pensare la professione. Il suo valore simbolico non risiede soltanto in ciò che ha rappresentato nella storia dell'infermieristica italiana, ma nella possibilità di leggere attraverso la sua esperienza un principio più ampio:

Una professione diventa realmente autonoma quando è capace di produrre un proprio pensiero.

  • Non soltanto procedure.
  • Non soltanto competenze.
  • Non soltanto attività.

Ma concetti, modelli, linguaggi, teorie e una propria capacità di interpretare il bisogno di salute. È questo uno dei passaggi che ancora oggi considero incompiuti. Abbiamo conquistato molto sul piano normativo e formativo, ma non sempre siamo riusciti a trasformare quelle conquiste in un immaginario professionale condiviso.

Questa riflessione individua proprio nella formazione uno dei luoghi fondamentali di questa trasformazione: non più soltanto trasmissione di contenuti, ma costruzione dell'identità professionale, attraverso scienza, ricerca, tecnologia, etica, comunicazione e leadership.

È qui che la lezione di figure come Cantarelli può diventare contemporanea. Non per ripetere il passato. Ma per costruire il futuro.

2. Luca Benci: quando la professione diventa responsabilità

Se Cantarelli rappresenta, in questa mia lettura, il passaggio verso una professione capace di pensarsi, Luca Benci richiama con forza un'altra dimensione decisiva: quella della responsabilità professionale, giuridica e istituzionale. Ed è proprio qui che la riflessione assume una particolare rilevanza per chi guarda all'infermieristica anche attraverso la lente forense.

  • L'autonomia professionale non può essere considerata soltanto una conquista normativa.
  • L'autonomia produce inevitabilmente responsabilità.
  • La responsabilità richiede competenza, consapevolezza, capacità decisionale, documentazione, valutazione del rischio e capacità di sostenere le proprie scelte professionali.

Non può esistere una vera autonomia senza una cultura della responsabilità. E non può esistere una responsabilità professionale moderna se l'organizzazione continua a rappresentare l'infermiere secondo modelli culturali appartenenti al passato.

Questo è uno dei nodi che ritengo più importanti: la professione contemporanea chiede agli infermieri sempre maggiore autonomia decisionale, ma non sempre costruisce attorno a questa autonomia sistemi organizzativi, formativi e contrattuali coerenti.

È un paradosso, una contraddizione che prima o poi deve essere affrontata.

3. Due figure, una domanda

Cantarelli e Benci non sono messi sullo stesso piano. Sono figure differenti, con percorsi, contributi e linguaggi differenti. Ed è proprio questa differenza che rende interessante accostarli.

  • Da una parte il pensiero professionale.
  • Dall'altra la responsabilità professionale.

Da una parte la necessità di costruire una disciplina capace di elaborare conoscenza. Dall'altra la necessità di rendere quella conoscenza concretamente responsabile nel mondo reale.

È nello spazio tra queste due dimensioni che, a mio avviso, può nascere una nuova visione dell'infermieristica. Una professione che non si limiti a chiedere riconoscimento, ma che sappia dimostrare perché quel riconoscimento è necessario.

4. Il problema non è soltanto ciò che facciamo

L'infermieristica italiana non ha mai avuto una vera carenza di competenze, responsabilità o sacrificio. Ha avuto, piuttosto, una difficoltà nel costruire una narrazione forte e condivisa della propria identità, una sorta di "assenza di immaginario": esistono competenze e responsabilità, ma manca una narrazione capace di trasformarle in un'identità collettiva stabile. E questo, a mio avviso, è un problema tutt'altro che marginale perché ciò che una professione pensa di sé influenza ciò che gli altri pensano di quella professione. Se continuiamo a raccontare l'infermiere esclusivamente attraverso il sacrificio, l'emergenza, la vocazione e la disponibilità (come si è fatto fino ad ora), rischiamo di produrre un'immagine incompleta.

L'infermiere non è soltanto colui che "fa". È colui che valuta, decide, pianifica, documenta, previene, educa, ricerca, organizza e risponde delle proprie decisioni.

Il passaggio fondamentale è dunque: dal gesto al pensiero.

5. Dal gesto al pensiero

Il futuro della professione non può essere costruito soltanto aumentando le attività attribuite agli infermieri. Deve essere costruito aumentando la capacità della professione di progettare:

  • Pensare i percorsi assistenziali.
  • Pensare l'organizzazione.
  • Pensare la continuità delle cure.
  • Pensare il rischio.
  • Pensare la sicurezza.
  • Pensare la formazione.
  • Pensare la responsabilità.

Pensare, soprattutto, quale debba essere il ruolo dell'infermiere nel sistema sanitario dei prossimi dieci o vent'anni passando dall'infermiere considerato figura "scontata", alla Professione capace di pensare e progettare il sistema di cura.

6. Una nuova autonomia richiede una nuova cultura

Parlare di autonomia professionale senza parlare di cultura professionale rischia di essere un esercizio puramente normativo com'è successo fino ad oggi.

L'autonomia deve tradursi nelle attività clinico-assistenziali in:

  • Responsabilità definite;
  • Competenze coerenti con la formazione;
  • Spazi decisionali reali;
  • Partecipazione alla governance;
  • Modelli organizzativi evoluti;
  • Percorsi di carriera differenziati;
  • Riconoscimento economico coerente con complessità e responsabilità.
  • La capacità di raccontare tutto questo.

Questi elementi sono inestricabilmente connessi tra loro.

Una professione che non sa raccontare la propria complessità sarà inevitabilmente raccontata dagli altri. E gli altri, spesso, lo faranno attraverso stereotipi. Il problema è che uno stereotipo non spiega: semplifica. Non interpreta la complessità: la riduce. Per questo costruire una narrazione autentica della Professione non è un dettaglio comunicativo, ma una scelta strategica per preservarne identità, valore e riconoscibilità sociale.

7. Dal riconoscimento alla rappresentazione

Forse è arrivato il momento di cambiare anche la domanda.

Non soltanto: "Perché la professione infermieristica non viene riconosciuta abbastanza?". Ma: "Quale professione infermieristica vogliamo che la società riconosca?"

La prima domanda guarda prevalentemente all'esterno. La seconda obbliga la professione a guardarsi dentro. E quindi a decidere quale identità vuole costruire. Una professione moderna dovrebbe poter offrire ai giovani non soltanto la promessa di un posto di lavoro, ma un modello professionale nel quale desiderare di riconoscersi.

Non dire: "Vorrei riuscire a sopravvivere al turno." Ma pensare che in ogni turno: "Vorrei diventare un professionista capace di incidere sul sistema."

Questa è la differenza tra una professione che resiste (passiva) e una professione che costruisce il proprio futuro (proattiva).

8. Il ruolo delle figure emblematiche

Per questo credo che abbiamo bisogno di recuperare e valorizzare le figure che hanno contribuito a costruire la professione per creare continuità. Cantarelli, Benci e altre figure storiche e contemporanee possono diventare punti di partenza per una genealogia professionale. Una professione senza memoria rischia di ricominciare continuamente da zero. Una professione con memoria, invece, può costruire una linea di continuità tra ciò che è stato, ciò che è e ciò che vuole diventare.

9. Il pensiero forense

La prospettiva forense può diventare qualcosa di più della semplice analisi della responsabilità quando qualcosa è andato storto (proattiva).

  • Può diventare uno strumento di maturità professionale.
  • Studiare responsabilità significa interrogarsi sulle decisioni.
  • Studiare la documentazione significa interrogarsi sulla tracciabilità del pensiero professionale.
  • Studiare il rischio significa interrogarsi sulla qualità dei processi.
  • Studiare il contenzioso significa comprendere dove il sistema ha fallito e dove, invece, il professionista ha esercitato correttamente la propria autonomia.

In questa prospettiva, la cultura forense non dovrebbe essere percepita come una cultura della paura ma dovrebbe diventare una cultura della consapevolezza. Perché un professionista realmente autonomo non è quello che teme la responsabilità. È quello che conosce la responsabilità che assume.

10. La vera sfida

La sfida, quindi, non è semplicemente "rilanciare" l'infermieristica ma rifondarne l'immaginario.

  • Formazione come identità.
  • Pratica come autonomia.
  • Contratto come riconoscimento.
  • Narrazione come leva culturale.

E sopra questi pilastri serve qualcosa che non può essere imposto da una norma:

Una leadership intellettuale capace di produrre pensiero, cultura e futuro.

11. Oltre il gesto. La nuova era dell'infermieristica.

Perché il gesto assistenziale rimane fondamentale. Ma non può più essere l'unica rappresentazione della professione. Dietro quel gesto c'è un professionista:

  • Che possiede conoscenze avanzate.
  • Che prende decisioni.
  • Che assume responsabilità.
  • Che interpreta bisogni.
  • Che valuta rischi.
  • Che documenta.
  • Che educa.
  • Che ricerca.
  • Che organizza.
  • Che partecipa alla costruzione dei percorsi di cura.

Ma, soprattutto, può contribuire a pensare il futuro del sistema sanitario. E forse è proprio questo il passaggio che dobbiamo ancora compiere pienamente:

  • Dall'esecutore al professionista;
  • Dal gesto al pensiero;
  • Dalla subordinazione all'interdipendenza;
  • Dall'eroismo episodico alla responsabilità strutturale.

Marisa Cantarelli e Luca Benci, in questa prospettiva, non rappresentano semplicemente il passato. Rappresentano due riferimenti attraverso cui mi pongo una domanda sul futuro.

Che cosa vogliamo diventare? E, soprattutto: abbiamo ancora il coraggio di immaginare una professione infermieristica diversa da quella che conosciamo oggi?

Io credo che la risposta debba essere sì!

Perché una professione che smette di immaginare il proprio futuro ha già iniziato, lentamente, a perdere il proprio futuro.