Un’Organizzazione che non riesce — con i propri vertici, i dirigenti e i coordinatori a fungere da volano motivazionale, a garantire condizioni di lavoro non dico ideali ma almeno dignitose, ha già imboccato la rotta della deriva organizzativa. E la deriva, quando inizia, non si ferma da sola. L’operatore distratto, ansioso, affaticato, che manifesta sintomi psicosomatici, non è un individuo “debole”: è il prodotto di un contesto che consuma energie senza restituire senso.
In questo scenario, il rischio assistenziale cresce, la sicurezza si assottiglia, le assenze si moltiplicano. È un’equazione semplice, quasi banale, che molti fingono di non vedere.
Il cuore del problema
La deriva non nasce dal caso. È il frutto maturo di una politica organizzativa che ha sostituito il merito con la fedeltà; la competenza con l’appartenenza; la responsabilità con l’automatismo. Non importa se chi coordina non è all’altezza. Non importa se chi riceve incarichi istituzionali non possiede le competenze necessarie. Non importa se gli stessi vengono rinnovati senza una valutazione reale, perché tanto gli obiettivi a monte potrebbero anche non essere previsti.
I concorsi sono annunciati e diluiti nel tempo. Le prove scritte e i colloqui diventano eccezioni, non regole. Le commissioni valutatrici automatizzate. Gli esiti si riducono ad etichette: idoneo, non idoneo — come se la complessità professionale potesse essere compressa in una dicitura.
Sostituzione temporanea: non è un dettaglio amministrativo
Tra le pratiche più insidiose, il prolungamento pro tempore degli incarichi si distingue per la sua capacità di trasformare l’eccezione in privilegio.
L’istituto del facente funzioni è nato per tamponare vuoti temporanei, non per sostituire procedure selettive né per legittimare proroghe indefinite. Quando le funzioni temporanee superano i sei mesi, non si tratta più di un tecnicismo: si apre una falla che produce effetti concreti e misurabili.
La prolungata supplenza erode la fiducia, alimenta il sospetto di favoritismi e crea un doppio danno:
- Al personale, che perde prospettive e motivazione;
- All’Azienda, che si espone a contenziosi, richieste indennitarie successive e a una perdita di credibilità istituzionale.
La giurisprudenza può riconoscere che la mera proroga non sempre configura automaticamente mansioni superiori, ma non legittima l’abuso organizzativo né lo svuotamento delle procedure selettive.
Conseguenze pratiche e rischi
- Demotivazione e clima organizzativo: la permanenza prolungata in incarichi temporanei alimenta frustrazione, stress e assenteismo; il personale perde fiducia nelle regole e nella possibilità di carriera.
- Rischio assistenziale: operatori sotto pressione sono più esposti a errori; la sicurezza del paziente ne risente direttamente.
- Rischio giuridico ed economico: la gestione opaca delle supplenze può generare vertenze su indennità, inquadramento e responsabilità; l’Ente rischia contenziosi e spese impreviste.
- Distorsione delle selezioni: se la supplenza diventa vantaggio competitivo per chi la detiene, i concorsi perdono trasparenza e il merito viene sacrificato.
Cambiare rotta
La soluzione non è retorica: è amministrazione corretta, trasparente e tempestiva. Le misure minime sono chiare e non negoziabili.
- Documentare ogni proroga con motivazioni oggettive e atti formali; non lasciare nulla al silenzio amministrativo.
- Avviare procedure concorsuali rapide e trasparenti con prove scritte e colloqui; evitare automatismi che favoriscono clientelismi.
- Introdurre criteri di valutazione e obiettivi annuali per ogni incarico, rendendo valutabile la performance e giustificabile ogni scelta organizzativa.
- Monitorare l’impatto clinico‑organizzativo: misurare assenteismo, eventi avversi e clima lavorativo; intervenire se i parametri peggiorano.
- Non trasformare l’eccezione in privilegio: il facente funzioni non deve diventare un trampolino per l’occupazione di fatto senza selezione.
Conclusione
Trasformare l’eccezione in regola non è amministrazione efficiente: è mala gestione.
Chi guida le azioni e le rotte assistenziali, ha il dovere di sostenere e motivare il personale, non di lasciarlo sospeso in un limbo organizzativo; chi lo fa espone l’Ente a rischi giuridici, economici e, soprattutto, a un declino della sicurezza assistenziale. La legge e la giurisprudenza non coprono l’indifferenza: chiedono atti, selezioni e responsabilità e questo pretende risposte documentate, misure concrete e responsabilità chiare.
Se l’Organizzazione non risponde, la deriva continuerà a consumare risorse, professionalità e, infine, la fiducia dei cittadini.
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