venerdì 27 febbraio 2026

Il paradosso del controllo: Vigilanza e disciplina.

 

Nel SSN, la disciplina interna è un dovere tanto quanto la cura. Ogni figura di responsabilità — dal dirigente al coordinatore — è chiamata a vigilare: orari, permessi, istituti contrattuali, condotte. È un atto di responsabilità verso la pubblica amministrazione, ma anche un gesto di equità verso i colleghi e l’istituzione. Eppure, quando si analizzano i dati — quelli veri, quelli pubblici — emerge un paradosso: i procedimenti disciplinari “gravi” sono statisticamente irrilevanti. Non perché non esistano infrazioni, ma perché il sistema è (volutamente?) frammentato, le segnalazioni rare, le omissioni invisibili.

Per evitare ambiguità, considero “gravi” solo le infrazioni che possono produrre:

  • Sospensione dall’esercizio professionale;

  • Radiazione dall’albo;

  • Sospensione dal servizio per dipendenti SSN;

  • Licenziamento disciplinare;

Tutto il resto – richiami, censure, ammonimenti – rimane fuori. Da qui nasce la domanda che nessuna norma sembra risolvere davvero:

  • Chi verifica che la vigilanza venga esercitata?

  • Chi misura l’efficacia del controllo?

  • Chi interviene quando il controllore omette, ignora, o protegge?

  • Chi controlla non ama essere controllato?

Partiamo dai dati — quelli che lo Stato non aggrega ma pubblica a "pezzi" — e arriviamo al cuore del problema: Vigilare sulla vigilanza! Perché in sanità, come in ogni sistema complesso, il rischio non è solo l’abuso. È anche il silenzio.


A) Procedimenti Disciplinari “Gravi” nel Sistema Sanitario Italiano

La statistica che non esiste, ma che servirebbe.

In Italia il sistema disciplinare sanitario è un mosaico: Ordini professionali, Aziende sanitarie, Regioni, Ministero. Ognuno custodisce un pezzo, nessuno pubblica il quadro completo. Eppure, quando si parla di “infrazioni gravi” – sospensioni, radiazioni, licenziamenti – la domanda rimane sempre la stessa: quanti sono? La risposta ufficiale non c’è.

B) Le fonti: ciò che lo Stato non aggrega, ma pubblica a "pezzi"

La ricostruzione si basa esclusivamente su dati pubblici:

  • Relazioni annuali FNOMCeO (medici e odontoiatri);

  • Relazioni FNOPI e ordini provinciali (infermieri);

  • Dati pubblici degli Ordini TSRM-PSTRP;

  • Relazioni degli Ordini degli Psicologi;

  • Sezioni “Trasparenza” delle Aziende sanitarie;

  • Relazioni regionali sulla performance sanitaria;

B.1) La sintesi nazionale Sommando le categorie:

Categoria Stima sanzioni gravi/anno

Medici 50–80

Infermieri 20–60

Tecnici sanitari 8–20

Psicologi 8–18

Dipendenti SSN 60–160

Stima nazionale complessiva: 150–340 casi/anno. Un numero piccolo? Dipende da come lo si legge.

B.2) Il dato che racconta un sistema

Tre considerazioni emergono con chiarezza:

  • La sanità italiana non è un far west disciplinare.

  • Le sanzioni gravi sono statisticamente rare.

  • La trasparenza è ancora parziale.

Gli Ordini pubblicano gli esiti, non i numeri complessivi dei deferimenti.

Nessun ente ha la visione d’insieme. Il sistema è frammentato per design.


1) Vigilanza amministrativa in sanità: Il controllore sotto controllo.

1.1) Il paradosso della vigilanza: un dovere che non basta

La vigilanza burocratica è un obbligo: chi ricopre un ruolo di responsabilità deve controllare orari, permessi, istituti contrattuali, condotte. È un dovere giuridico, prima ancora che etico. Ma ogni volta che un sistema affida potere di controllo a un singolo, nasce la domanda inevitabile: chi controlla il controllore? Perché il rischio non è solo l’abuso. È anche l’omissione: il non vedere, il non voler vedere, il non voler agire.

1.2) Dopo l’analisi sui consigli disciplinari: un vuoto evidente

Emerge che i consigli disciplinari, nel complesso, producono numeri quasi irrilevanti rispetto alla massa del personale sanitario. Questo non perché non esistano infrazioni, ma perché:

  • Il sistema è frammentato;

  • Le segnalazioni sono rare;

  • Le omissioni non vengono quasi mai perseguite;

  • I controllori non sono realmente monitorati;

2) Chi controlla il controllore?

In Italia il controllore è controllato da quattro livelli, nessuno dei quali è realmente incisivo da solo.

2.1) Il controllore è controllato dal suo superiore gerarchico

Sembra ovvio, ma è il punto più debole. Il dirigente che deve vigilare sui dipendenti è a sua volta vigilato dal dirigente superiore. Ma se la catena gerarchica è corta, o se c’è un clima di “non belligeranza”, il controllo diventa formale.

Il rischio: l’omertà amministrativa.

2.2) Il controllore è controllato dalla Corte dei Conti (ma solo per danno erariale)

La Corte dei Conti interviene solo quando l’omissione produce un danno economico quantificabile.

Esempio: un dirigente non controlla le timbrature → straordinari indebiti → danno erariale → responsabilità. Ma se l’omissione non produce un danno economico diretto, la Corte non interviene.

Il rischio: omissioni “non monetizzabili” che restano impunite.

2.3) Il controllore è controllato dall’ANAC (ma solo per violazioni anticorruzione)

ANAC interviene se:

  • C’è abuso di ruolo;

  • C’è favoritismo;

  • C’è mancata rotazione;

  • C’è conflitto di interessi;

  • C’è violazione del Piano Anticorruzione

Ma ANAC non entra nel merito della vigilanza quotidiana (orari, permessi, turni).

Il rischio: tutto ciò che non è “corruzione” resta fuori.

2.4) Il controllore è controllato dall’Ordine professionale (ma solo per condotte gravi)

Gli Ordini possono sanzionare:

  • Abuso di potere;

  • Omissione grave;

  • Violazione del codice deontologico;

  • Ma come abbiamo visto, i numeri sono minimi.

E soprattutto: gli Ordini intervengono solo se qualcuno segnala.

Il rischio: autoreferenzialità.

3) Il vero problema: l’omissione di vigilanza non è monitorata

La legge prevede la responsabilità per omissione. Ma nella pratica:

  • Nessuno misura la qualità della vigilanza;

  • Nessuno verifica se i controlli vengono fatti;

  • Nessuno valuta se le anomalie vengono segnalate;

  • Nessuno controlla i controllori in modo sistemico

È un buco normativo e culturale.

3.1) E allora: chi controlla davvero il controllore?

Il controllore è controllato solo quando qualcuno decide di guardare (contenziosi, visite ispettive dei NAS). E troppo spesso nessuno guarda.

  • Non esiste un organismo terzo, indipendente, che monitori la vigilanza interna delle strutture sanitarie.

  • Non esiste un audit obbligatorio sulla qualità dei controlli.

  • Non esiste un sistema di indicatori che misuri l’efficacia della vigilanza.

  • Il controllore è controllato a campione, a posteriori, a discrezione.

Conclusione

Il sistema non è progettato per prevenire, ma per reagire. Il sistema sanitario italiano ha una disciplina interna che funziona, ma non comunica. La mancanza di un database nazionale unico non è un difetto tecnico: è una scelta storica, normativa, culturale. E questo è il punto più critico. Il sistema disciplinare italiano – in sanità come altrove – non è costruito per prevenire abusi o omissioni. È costruito per intervenire dopo, quando il danno è fatto, quando qualcuno segnala, quando un caso esplode. La vigilanza è un dovere. Ma il controllo sulla vigilanza è un optional. E in un sistema complesso come quello sanitario, questo non è un dettaglio: è un rischio strutturale.

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