martedì 3 febbraio 2026

Sicurezza degli Operatori sanitari: il punto cieco che continua a indebolire il SSN

 

    Da oltre dieci anni denunciamo lo stesso paradosso: mentre la sicurezza del paziente viene celebrata come valore fondante del Servizio Sanitario Nazionale, la sicurezza degli operatori sanitari rimane un’area grigia, sottostimata, sottofinanziata e spesso invisibile nelle agende istituzionali. Eppure, senza operatori protetti, formati e tutelati, nessun sistema può dirsi sicuro. Già nel 2013 i dati raccolti dal SIROH e dalle indagini AIRESPSA mostravano un quadro inequivocabile: il rischio biologico rappresentava circa il 40% di tutti gli infortuni segnalati, con oltre 100.000 esposizioni percutanee stimate ogni anno, metà delle quali non venivano nemmeno riportate.

    Oggi, nonostante l’evoluzione tecnologica e normativa, la situazione non è sostanzialmente cambiata.

    - Cosa sappiamo oggi (2020–2024)

    Le evidenze più recenti confermano tre elementi chiave:

    1. La sotto-segnalazione rimane il vero tallone d’Achille

    Gli studi condotti durante e dopo la pandemia hanno mostrato che tra il 40% e il 60% delle esposizioni a rischio biologico non viene segnalato. Le cause sono sempre le stesse:

  • Percezione distorta del rischio
  • Percorsi di segnalazione complessi
  • Cultura organizzativa difensiva
  • Mancanza di feedback e trasparenza

Un sistema che non registra gli incidenti non può prevenirli.

    2. Le donne continuano a essere le più esposte

    La composizione del personale sanitario non è cambiata: le donne rappresentano oltre il 70% del personale infermieristico, e quindi la maggior parte degli atti assistenziali a rischio. Questo comporta implicazioni specifiche – gravidanza, pianificazione familiare, impatti psicologici – che raramente vengono integrate nei protocolli operativi.

    3. I dispositivi di sicurezza funzionano, ma non sono ancora uno standard

    Gli studi più recenti confermano ciò che il SIROH documenta da anni: nonostante l’evidenza scientifica sia ormai schiacciante — l’adozione sistematica di dispositivi dotati di meccanismi di sicurezza riduce gli infortuni percutanei del 75–80% — la loro diffusione continua a essere frammentaria e incoerente. A frenarla non è la mancanza di prove, ma una visione miope dei costi: si privilegia il risparmio immediato sull’acquisto, ignorando il costo reale, molto più elevato, degli infortuni evitabili.

    A questo si aggiunge un ulteriore paradosso organizzativo: le richieste delle UU.OO. vengono ridimensionate, evase solo parzialmente o, in alcuni casi, completamente disattese. Ancora più grave è la sostituzione dei dispositivi di sicurezza con dispositivi “standard”, privi di qualsiasi meccanismo protettivo, vanificando così ogni strategia di prevenzione e aumentando il rischio clinico e organizzativo.

4. La pandemia ha amplificato il problema, non lo ha risolto

    Il COVID-19 ha reso evidente ciò che molti operatori sapevano da sempre:

    La sicurezza non è un optional, ma un’infrastruttura critica.  

    Eppure, terminata l’emergenza, molte strutture sono tornate a modelli organizzativi pre-pandemici, senza consolidare le lezioni apprese.

- Perché questo problema persiste

    La risposta, purtroppo, è semplice: la sicurezza degli operatori non è percepita come un indicatore di performance del sistema sanitario. Quindi, finché la sicurezza rimane un adempimento burocratico, e non un parametro strategico, continueremo a vedere:

  • Sistemi di segnalazione inefficaci
  • Formazione episodica
  • Dispositivi di sicurezza non uniformemente adottati
  • Sorveglianza epidemiologica frammentata
  • Responsabilità organizzative poco definite

    Il risultato è un sistema che “funziona” solo finché gli operatori reggono. E quando non reggono, il sistema non ha strumenti per comprenderne le cause.

    Il nodo centrale: la sicurezza degli operatori è sicurezza del paziente (e viceversa)

    Non è un’affermazione retorica. È un’evidenza operativa. 

    - Un operatore esposto a rischio biologico:

  • Può essere temporaneamente rimosso dal servizio
  • Può vivere mesi di ansia e incertezza
  • Può subire limitazioni nelle mansioni
  • Può vedere compromessa la propria salute fisica e mentale

    - Ogni incidente non prevenuto genera:

  • Costi sanitari
  • Costi organizzativi
  • Costi psicologici
  • Perdita di competenze
  • Riduzione della qualità assistenziale

    La sicurezza degli operatori non è un capitolo separato: è la base su cui poggia tutto il resto.

    Conclusione 

    Il principio che deve guidare ogni politica sanitaria è questo: se vogliamo un sistema sanitario realmente sicuro, dobbiamo ribaltare la prospettiva:

  • La sicurezza degli operatori non è una conseguenza della sicurezza del sistema, ma la sua condizione necessaria.
  • Un sistema che non protegge chi lo fa funzionare è un sistema che non funziona.
  • E un sistema che non misura, non registra e non analizza gli incidenti è un sistema che sceglie deliberatamente di non vedere.

    Per questo, ogni strategia di sicurezza deve partire da tre impegni non negoziabili:

  • Sorveglianza epidemiologica completa, obbligatoria e trasparente, con dati nazionali aggiornati e confrontabili.
  • Adozione uniforme dei dispositivi di sicurezza, senza eccezioni legate ai costi o alle abitudini locali.
  • Percorsi di segnalazione semplici, protetti e non punitivi, che trasformino ogni incidente in conoscenza e prevenzione.

    Solo così possiamo affermare, senza ipocrisie, che la sicurezza è davvero un valore del sistema sanitario.

    Senza garantire la sicurezza degli operatori non esiste alcuna sicurezza.

    Approfondimenti

    1. Rapporti istituzionali e dati ufficiali

  • Osservatorio Nazionale sulla Sicurezza degli Esercenti le Professioni Sanitarie e Socio‑sanitarie (ONSEPS). Relazione annuale 2022.  
  • INAIL – Carichi di lavoro e sicurezza degli operatori sanitari (2017).  Analisi del rapporto tra benessere degli operatori, performance e sicurezza dei pazienti; utile per collegare violenza, stress lavoro‑correlato e rischio clinico. 

    2. Letteratura accademica e revisioni recenti

  • Abazi R. (2023). Le buone pratiche in risposta alla violenza a danno degli operatori sanitari in Pronto Soccorso: Revisione della letteratura. Università di Padova.  Ottima sintesi delle evidenze internazionali su fattori di rischio, tecniche di gestione dell’aggressività e ruolo infermieristico. 

    3. Manuali e strumenti operativi

  • Ministero della Salute – Sicurezza dei pazienti e gestione del rischio clinico: manuale per la formazione degli operatori sanitari.  Testo di riferimento per la formazione, con sezioni utili per collegare sicurezza degli operatori e sicurezza delle cure. 
  • Brini M., Taroni F. (a cura di). La gestione del rischio e del contenzioso. Regione Emilia‑Romagna (2014).  Utile per inquadrare responsabilità organizzative, prevenzione del rischio e implicazioni medico‑legali. 

    4. Cultura della sicurezza e prospettiva organizzativa

  • Perulli A., Monteverdi D. La “Culture of Safety”: il punto di vista degli infermieri e degli OSS. Regione Friuli Venezia Giulia.  Approfondisce la dimensione culturale della sicurezza, spesso trascurata nelle politiche nazionali. 

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