ECM: la formazione continua che non forma più
C’è un altro paradosso che attraversa la sanità italiana da oltre vent’anni: abbiamo costruito un sistema di formazione continua che, invece di garantire competenze aggiornate, ha finito per certificare l’esatto contrario. L’ECM nasceva come presidio di qualità, come strumento per assicurare che chi opera sulla salute pubblica, mantenesse conoscenze adeguate, verificabili e tracciabili. Oggi, invece, è diventato un apparato burocratico‑commerciale che spesso tradisce la finalità che avrebbe dovuto tutelare. È necessario un cambiamento radicale nell'aggiornamento del Personale Sanitario!
Ecco cosa emerge da un’analisi delle ricadute operative e giuridiche di una Formazione alla deriva.
Disparità territoriali molto marcate
I Rapporti AGENAS 2022–2024 mostrano che l’organizzazione regionale della formazione ECM ha prodotto nel tempo modelli formativi molto differenziati, con conseguenze dirette sulle competenze dei professionisti sanitari.
Le differenze riguardano:
- Accesso ai corsi
- Quantità e qualità dell’offerta formativa
- Modalità di erogazione (residenziale, FAD, blended)
Queste disomogeneità incidono sulla crescita professionale e sulla qualità delle cure, come sottolineato anche da Nursing Up.
La formazione continua in sanità nasce in Italia negli anni ’90, sull’onda delle riforme che miravano a responsabilizzare le professioni sanitarie e ad allinearle agli standard europei.
Il sistema ECM viene formalizzato con il D.Lgs. 502/1992 e diventa obbligatorio nel 2002.
L’obiettivo dichiarato era semplice: "Garantire che chi opera sulla salute pubblica mantenga competenze aggiornate, verificabili e tracciabili".
L’idea era buona. L’esecuzione e il controllo, come spesso accade, molto meno.
La deriva commerciale: un mercato senza reale controllo
Oggi l’ECM è un mercato. E come ogni mercato non regolato, ha generato distorsioni evidenti.
La proliferazione di provider, spesso con nomi improbabili e programmi formativi di dubbio valore, ha trasformato l’obbligo formativo in un adempimento formale, non sostanziale.
Fenomeni ormai noti:
- Corsi online di cui è facile reperire le risposte finali;
- Pacchetti “last minute” per colmare i crediti in poche ore;
- Piattaforme che permettono di ottenere crediti senza un reale controllo sulla presenza;
- Totale assenza di un controllo qualitativo reale sui contenuti.
Con l’arrivo dell’intelligenza artificiale, il problema si è amplificato: perché trovare le risposte ai quiz senza aver seguito un minuto di lezione è diventato banale.
Il risultato è un paradosso: un sistema pensato per garantire competenza produce personale formalmente aggiornato ma sostanzialmente impreparato.
La discriminazione contrattuale: medici sì, comparto no
Un ulteriore nodo critico legato all’obbligatorietà dell’aggiornamento professionale riguarda la disparità contrattuale tra le diverse figure del Servizio Sanitario Nazionale.
Nei contratti della dirigenza medica e sanitaria è prevista una quota specifica di ore annuali da dedicare all’aggiornamento e alla formazione continua, riconosciuta come parte integrante dell’orario di lavoro.
Nel comparto sanitario — infermieri, tecnici, e altre professioni — questa previsione è invece assente, oppure esiste solo in forma teorica e non viene applicata nella pratica organizzativa delle aziende.
Il risultato è che l’aggiornamento, pur essendo richiesto e valutato, ricade spesso sulla disponibilità personale dei lavoratori, che devono formarsi fuori servizio, senza tutele e senza un reale riconoscimento contrattuale.
Questa asimmetria crea un evidente squilibrio: l’obbligo formativo è uguale per tutti, ma le condizioni per adempiervi non lo sono. E finché l’aggiornamento non verrà riconosciuto come tempo di lavoro anche per il comparto, l’obbligatorietà rischia di trasformarsi in un ulteriore carico individuale anziché in un investimento organizzativo sulla qualità dell’assistenza.
Il risultato è evidente:
- I medici hanno almeno uno spazio teorico per formarsi;
- Il personale del comparto deve “rubare” tempo alla vita privata, oppure inventarsi un "modo" mentre lavora o rinunciare.
È sicuramente un cortocircuito organizzativo che mina la qualità dell’assistenza.
La tracciabilità mancata: decenni di vuoto
Per anni, la tracciabilità dei crediti del personale sanitario è stata:
- Incompleta,
- Non verificata,
- Non utilizzata per finalità di controllo reale.
Molti operatori hanno lavorato per decenni senza alcuna formazione documentata, e nessuno ha mai sollevato il problema. Questo è un dato che, in chiave forense, pesa enormemente.
La prospettiva forense: responsabilità, rischio clinico e colpa professionale
In sede giudiziaria, la formazione non è un optional. È un requisito di diligenza professionale.
Un operatore sanitario che:
- Non è realmente aggiornato,
- Non conosce protocolli aggiornati,
- Non applica linee guida correnti,
si espone a:
- Colpa professionale,
- Responsabilità civile,
- Responsabilità penale (nei casi più gravi).
Ma non solo l’operatore: anche l’azienda sanitaria risponde, per omessa vigilanza e mancata organizzazione.
Un reparto con personale non aggiornato è:
- Più esposto agli errori,
- Più vulnerabile sul piano medico‑legale,
- Più rischioso per i pazienti.
- La formazione "burocratica" è, a tutti gli effetti, un fattore di rischio clinico.
Il risultato: una buona idea naufragata
Il sistema ECM, nato per garantire qualità, è diventato:
- Un adempimento burocratico,
- Un business incontrollato,
- Un rituale formale privo di sostanza.
Il personale risulta “pienamente formato” sulla carta, ma spesso:
- Non conosce procedure aggiornate,
- Non padroneggia protocolli,
- Ha dimenticato perfino alcune nozioni di base.
È uno dei tanti esempi di una visione miope verso le professioni sanitarie, dove la forma ha divorato la sostanza.
Serve un nuovo sistema?
Sì, serve un nuovo modello. Non un maquillage dell’esistente, ma una revisione radicale:
- Formazione integrata nel lavoro, non aggiunta al tempo libero.
- Formazione obbligatoria e omogenea sul territorio nazionale
- Controllo reale della qualità dei corsi, non solo della loro esistenza;
- Valutazioni pratiche, non soltanto digitalizzazione;
- Tracciabilità trasparente e verificabile;
- Responsabilità condivisa tra professionista e azienda;
- Riduzione drastica dei provider improvvisati;
- Formazione centrata sui bisogni reali dei contesti lavorativi, non su corsi generici.
Un sistema che torni ad essere ciò che doveva essere: uno strumento di sicurezza, non un mercato.
Per approfondire
- Agenas – Documenti ufficiali sul sistema ECM.
- Ministero della Salute – Normativa sulla formazione continua in sanità.
- D.Lgs. 502/1992 e successive modifiche.
- Legge Gelli‑Bianco (L. 24/2017) – Responsabilità professionale e sicurezza delle cure.
- Corte di Cassazione – Sentenze su colpa professionale e obbligo di aggiornamento.
- FNOMCeO – Codice deontologico medico.
- FNOPI – Documenti sulla formazione infermieristica continua.
- Joint Commission International – Standard sulla sicurezza e formazione del personale.
- OMS – Patient Safety Curriculum Guide.

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