sabato 13 giugno 2026

Appartenenza e competenza: quando il merito non è più il criterio


    Quando una professione smette di selezionare il merito e inizia a premiare l'appartenenza, non sta semplicemente commettendo un'ingiustizia: sta costruendo il proprio declino. Da infermiere forense osservo il fenomeno con una prospettiva diversa. Ogni organizzazione lascia tracce. Ogni scelta produce effetti. Ogni sistema di selezione genera una precisa cultura professionale. Il problema non è l'incarico. Il problema è il criterio con cui viene assegnato.

   Quando la discrezionalità supera la misurabilità, quando le relazioni contano più delle competenze documentate, quando il consenso pesa più dei risultati, gli incarichi smettono di essere strumenti di valorizzazione professionale e diventano strumenti di conservazione del potere. È una dinamica antica. La conosciamo nella politica. La conosciamo nell'università. La conosciamo in molte organizzazioni pubbliche e private. I ruoli si trasmettono, le appartenenze si consolidano, i circuiti relazionali si autoalimentano.

   Il danno, però, non è soltanto etico. Il danno è culturale.

   Perché quando i professionisti comprendono che per crescere conta più essere vicini ai decisori che investire in studio, ricerca, innovazione e competenze avanzate, il sistema invia un messaggio devastante: la competenza non è il fattore determinante del successo professionale.

  • Da quel momento la ricerca rallenta.
  • L'innovazione perde valore.
  • Il pensiero critico diventa scomodo.
  • La formazione avanzata viene percepita come accessoria.
  • Le idee nuove non vengono selezionate perché migliori, ma perché sostenute dalle persone giuste.

   Nasce così una forma di incompetenza strutturale che raramente produce effetti immediati, ma che nel tempo impoverisce l'intera professione.

  • Le organizzazioni si riempiono di incarichi e si svuotano di leadership.
  • Le procedure aumentano mentre la capacità di visione diminuisce.
  • Si moltiplicano le funzioni, ma si riduce il valore prodotto.

 E la conseguenza più grave è che il sistema finisce per espellere o scoraggiare proprio le persone che potrebbero farlo evolvere.

   La storia insegna che nessuna professione cresce attraverso la fedeltà. Cresce attraverso il merito. Nessuna disciplina conquista prestigio attraverso le appartenenze. Lo conquista attraverso la produzione di conoscenza. Nessuna organizzazione diventa eccellente premiando la vicinanza. Diventa eccellente premiando la competenza.

   La vera valorizzazione delle professioni sanitarie non passa dall'aumento degli incarichi, ma dalla costruzione di criteri trasparenti, verificabili, misurabili e sottratti alla discrezionalità.

   Perché ogni volta che scegliamo la connivenza al posto della competenza, non stiamo semplicemente assegnando un incarico.

   Stiamo decidendo quale futuro avrà la professione.

  Conclusioni

   Da infermiere forense non mi interessa individuare colpevoli, ma analizzare meccanismi e conseguenze. E la conseguenza più pericolosa non è l'incarico assegnato alla persona sbagliata. È il messaggio che quel sistema trasmette a tutti gli altri: studiare serve meno che appartenere, innovare serve meno che allinearsi, competere serve meno che compiacere.

   Le professioni sanitarie non perderanno credibilità per mancanza di norme, regolamenti o riforme. La perderanno se continueranno a tollerare modelli che premiano la vicinanza invece del valore. Ogni volta che scegliamo la connivenza al posto della competenza, non stiamo semplicemente decidendo chi occuperà un ruolo. Stiamo decidendo quale cultura professionale erediteranno le prossime generazioni.

   E nessuna professione può aspirare all'eccellenza se rinuncia al merito come principio di giustizia e come motore di progresso.