venerdì 18 settembre 2026

Cure Primarie e Infermieristica di Famiglia e Comunità. C’è ancora tanto da fare.

Giuseppe Martorana

Infermiere Forense - ICI -G.O. CIO

La nuova riforma delle lauree magistrali infermieristiche (DM 159/2026 e DM 177/2026) introduce una denominazione chiara e ufficiale: “Laurea Magistrale in Scienze Infermieristiche Specialistiche – indirizzo Cure Primarie e Infermieristica di Famiglia e Comunità”. È questo il titolo accademico che forma e qualifica l’Infermiere Specialista nella nuova architettura universitaria.

Ma il riconoscimento accademico, da solo, non basta! Oggi è come chiedere a un professionista di guidare un processo trasformativo senza dargli ancora gli strumenti, le cornici organizzative e, soprattutto, il riconoscimento formale della leadership che gli spetta.

Leadership infermieristica: il nodo irrisolto

Affidare la guida a un infermiere esperto in management non è un vezzo corporativo: è una necessità strutturale:

  • Perché la complessità del territorio richiede competenze avanzate di assessment, case management, coordinamento interprofessionale.
  • Perché senza una leadership infermieristica chiara, il rischio è che l’Infermiere Specialista venga inglobato in modelli vecchi, burocratici, centrati sulla prestazione e non sulla presa in carico.
  • Perché la governance territoriale ha bisogno di qualcuno che sappia leggere i bisogni reali delle comunità, non solo i flussi amministrativi.

Procedure flessibili, non protocolli rigidi

Servono procedure che non siano gabbie, ma strumenti adattivi alla complessità organizzativa. L’Infermiere magistrale in Cure Primarie e Infermieristica di Famiglia e Comunità lavora in contesti dove:

  • I bisogni cambiano da quartiere a quartiere,
  • La fragilità non è solo clinica ma sociale,
  • La continuità assistenziale richiede creatività organizzativa,
  • La relazione è parte integrante della cura.

Procedure troppo rigide soffocano l’efficacia; procedure troppo vaghe generano caos. Serve una metodologia modulare, capace di adattarsi al territorio come un vestito su misura.

Il ritardo politico e culturale

Questo è il vero macigno! Per anni abbiamo pensato che il territorio fosse un’estensione dell’ospedale, non un ecosistema autonomo.

Il risultato è:

  • Scarsa cultura della prevenzione,
  • Poca fiducia nelle professioni sanitarie non mediche,
  • Modelli organizzativi obsoleti,
  • Investimenti tardivi e frammentati.

Colmare questo ritardo richiederà tempo, passione, e una visione che non si accontenti di rattoppare l’esistente.

Un'idea di "Modello operativo" sicuro per l’Infermiere Specialista in Cure Primarie e Infermieristica di Famiglia e Comunità

Un modello operativo "sicuro" e realmente efficace per l’Infermiere Specialista deve poggiare su una leadership clinico-forense, capace di leggere il rischio prima che accada e di trasformare ogni atto assistenziale in una traccia chiara, verificabile, difendibile. Le procedure diventano "Strumenti probatori":

  • Valutazione multidimensionale
  • Piani assistenziali personalizzati
  • Gestione delle transizioni di cura e documentazione strutturata, pensata per garantire continuità ma anche ricostruibilità.
  • Gli strumenti devono essere interoperabili e traccianti:
  • Cartella territoriale unica
  • Sistemi di alert
  • Telemonitoraggio con log certificati.

Gli indicatori non misurano solo la performance, ma la tenuta del sistema di responsabilità:

  • Aderenza terapeutica
  • Stabilità clinica
  • Riduzione degli accessi impropri
  • Tempi di risposta
  • Qualità percepita e qualità documentale.

La relazione con MMG e servizi sociali si fonda su protocolli condivisi e responsabilità complementari, dove ogni passaggio è registrato, ogni decisione è motivata, ogni comunicazione è rintracciabile. In questo ecosistema, l’Infermiere Specialista non è solo coordinatore: è il custode della continuità clinica e della prova assistenziale, il punto in cui prevenzione, cura e accountability si incontrano.

Il punto di forza: la spinta dal basso

Nonostante tutto, la trasformazione sta avvenendo perché:

  • Gli infermieri stanno costruendo reti professionali solide,
  • I cittadini iniziano a riconoscere il valore dell’Infermiere Specialista,
  • Alcune regioni stanno sperimentando modelli avanzati,
  • La cultura della prossimità sta diventando un’esigenza sociale, non solo sanitaria.

È un cambiamento lento, sì! Ma è un cambiamento che richiede metodo, visione e determinazione. Ed è tempo che le istituzioni assumano questo passaggio come un obbligo, non come un’opzione.


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